On 9 May 2026, at 20:56, [email protected] wrote:

From: Enrico Nardelli 
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Subject: [nexa] Re: Una visione realistica dell’Intelligenza
Artificiale - Lettera aperta alla società
To: [email protected]<mailto:[email protected]>
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Grazie Beppe per il contributo al dibattito.

Un paio di osservazioni, anzi tre.

1. Dal mio punto di vista, "senso delle parole" è un'espressione che
possiamo usare noi esseri umani,
Non farne una questione nominalistica, se vuoi chiamala “rappresentazione 
multisfaccettata dell’uso, delle similitudini e di altri aspetti del 
significato delle parole”
Ma è il primo risultato basilare ottenuto con l’applicazione delle reti neurali 
al NLP, che ha consentito tutti i progressi successivi.
Filosofi e linguisti hanno dibattuto per millenni su cosa fosse il “senso delle 
parole”, senza produrre mai una definizione utilizzabile.
Una definizione del “senso delle parole”, anche solo approssimata, che sia 
operabile e non astratta è necessaria per ogni compito di NLP.
I word embedding contestuali sono la rappresentazione migliore che abbiamo 
finora concepito e funzionano bene.

ma quando la attribuiamo ad un
meccanismo stiamo commettendo esattamente la fallacia di proiezione di
cui si sta discutendo qua in lista. Parlare invece di "rete di relazione
tra i termini che ne modella la semantica" è tutta un'altra cosa, perché
stabilisce chiaramente che stiamo parlando di modelli.
Anche perché il senso delle parole per noi umani passa attraverso
l'esperienza che il nostro corpo ha fatto delle tante situazioni in cui
ha usato o sentito usare o visto usare quella parola. Ovviamente, per i
termini più tecnici questo è meno rilevante, ma questi termini tecnici
sono, appunto, più precisi e in genere non ambigui, dato il contesto.
Posso comprendere che tu abbia un'opinione diversa, ma - come avevo già
scritto nel mio primo messaggio - se andiamo su domini vicini all'essere
umano e parliamo di sentimenti ed emozioni allora io sicuramente ritengo
che "senso delle parole" sia del tutto improprio.
Attendo che tu proponga una definizione operativa migliore del “senso delle 
parole” di quelle che l’umanità ha proposto finora.

E, per riallacciarmi ad una tua precedente osservazione, non sono
questioni da lasciare ai filosofi. Non possiamo e non dobbiamo, da
informatici, occuparci solo degli aspetti tecnici della nostra
disciplina trascurandone gli impatti sociali. Certo che dobbiamo fare
ricerca, ma farla senza cercare di comprendere la più ampia portata di
ciò che si sta facendo è disumano e, come già accaduto in passato, può
portare ad aberrazioni inaccettabili per la nostra specie.

Stai fraintendendo: sono in prima linea nel segnalare gli impatti 
socio-economici dell’informatica, faccio parte del Laboratori CINI su Scienza e 
Società, sono intervenuto a diverse audizioni parlamentari su questioni di 
tecnologia digitale, ho sostenuto e promosso il tuo progetto Pensiero 
Computazionale.

Ho detto di lasciare ai filosofi questioni come decidere se un AI è senziente o 
meno, ha coscienza o meno.
Ecco quel che ho scritto:

Cosa importa se un programma di AI o un robot è senziente o
meno, ha coscienza o meno, quando noi stessi non sappiamo bene cosa
sia, se non appunto sforzandoci di descriverlo in letteratura?
Questo è un tema che lascerei ai filosofi. Come informatici abbiamo
cose più concrete a cui pensare.

Saluti

— Beppe

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