Temo di non poterti seguire su questa strada: il mio invito è proprio a separare la tecnologia in sé dalla filosofia. Specie in questa discussione in cui si insiste su approcci scientifici e galileiani.
La fisica è generalmente limitata allo studio di concetti misurabili, osservabili e falsificabili attraverso la sperimentazione empirica, rendendola una scienza basata sull'evidenza piuttosto che filosofica. I concetti che non possono essere quantificati, misurati o osservati direttamente sono in genere considerati al di fuori dell'ambito della fisica, spesso classificati come metafisica. Quindi finché non si stabilisce come possa essere misurabile, osservabile e falsificabile il concetto di coscienza o comprensione umana, non se ne può discutere in termini scientifici. Ovviamente le implicazioni socio-politico-culturali della tecnologia vanno invece affrontate apertamente da tutti. È un errore però utilizzare argomentazioni pseudo-scientifiche come “non comprende in senso umano”, o “non ragiona in senso umano” per trarre delle conclusioni socio-politico-culturali. Il giudizio sui benefici e limiti della tecnologia vanno valutati mediante verifiche approfondite su larga scala, che ciascuno possa interpretare senza pregiudizi. — Beppe On 10 May 2026, at 06:42, Guido Vetere <[email protected]> wrote: Però Beppe, come vedi anche dal titolo di questo thread, la tecnologia gronda di filosofia (il realismo, in questo caso), soprattutto quando fa irruzione in problemi ‘hard’ come quelli del significato o della coscienza (due temi, tra l’altro, connessi in modo interessante). Non credo che, quando si arriva al nocciolo di certe questioni aperte, si possa dire “di questo si occupino i filosofi” (sottotesto: inutilmente), perché di fatto in questa apertura ‘intersezionale' ci troviamo tutti a vivere e operare. La vicenda di questo appello mostra bene la questione. I proponenti sottoscrivono una posizione filosofica, quella del realismo aristotelico (la realtà è la stessa per tutti e alle parole non resta che nominare le cose) mentre chi vi si oppone, consapevolmente o meno, apre all’idea che il linguaggio sia (anche? solo?) imitazione e ripetizione (una linea che da Hume porta a Deleuze, dove troviamo a modo suo anche Wittgenstein). Anche gli informatici, a mio avviso, dovrebbero avere un atteggiamento filosofico, cioè problematico, che accetta di sostare nella domanda piuttosto che limitarsi a rispondere. Gli sviluppi recenti dell'AI dicono sicuramente qualcosa sul problema del significato (cioè: come fa la parola a uscire nel mondo?), deponendo, almeno in una certa lettura, a favore di quello che è stato chiamato ’espressivismo’, però non giustificano l’idea che il problema del segno (aliquid stat pro aliquo) sia stato risolto per dissoluzione (gli automi riescono a parlare senza segno, dunque il segno non esiste). La critica realistica ai ‘pappagalli stocastici’ è filosoficamente ingenua e tecnicamente discutibile (almeno nella formulazione dell’appello) ma rivela che il problema del ‘fondamento’ esiste e non può essere ignorato. Il linguaggio è tante cose (qui ancora torna alla mente Wittgenstein) e ci sono molti usi (uno per tutti: giuridico) in cui è necessario che il significato sia non solo spiegato ex-post, ma garantito ex-ante. Si tratta di una questione che la performance neurale non tocca, perché riguarda il titolo del significare, non il suo fatto. Buona domenica, Guido Il giorno 9 mag 2026, alle ore 22:24, Giuseppe Attardi via nexa <[email protected]> ha scritto: Questo è un tema che lascerei ai filosofi. Come informatici abbiamo cose più concrete a cui pensare.
