Credo dobbiamo davvero chiederci perché siamo arrivatial alla situazione attuale, come suggerisce Damiano Verzulli.
In larga misura sono d’accordo sulle osservazioni di Marco Fioretti. Gli atteggiamenti estremi (non usare SW non libero, non usare formati proprietari, considerare saper programmare un requisito) non siano stati decisivi. Il software libero ha vinto, è vero, ma adesso che si fa? https://www.wired.com/2016/08/open-source-won-now/ Si scopre che quella era una battaglia sacrosanta ma non determinante, perché ormai tutti, compresi i temibili nemici monopolisti, si sono adeguati ed hanno adottato l’Open Source. IBM ha comprato RedHat, Microsoft GitHub, Oracle MySQL, ecc. Infatti qualcuno si domanda: https://thenewstack.io/state-of-open-open-source-has-won-but-is-it-sustainable/ Sono d’accordo con Marco, che alla gran parte della gente, l’unica cosa che importi è che il software sia invisibile, ossia che funzioni senza troppo interferire con i nostri modi di fare. Uno dei cardini della rivoluzione del Personal Computer secondo Alan Kay, era che si potevano sprecare cicli macchina per rendere i computer più umani piuttosto che istruire gli umani a conoscere le macchine. Le interfacce grafiche col mouse erano costose e molti le consideravano deleterie. Ebbi io stesso lunghe discussioni con Richard Stallman, che non ne capiva i vantaggi rispetto all’uso di una tastiera con comandi Ctrl-Meta-X e in seguito riguardo all’assenza di un sistema a finestre per Linux, con varie versioni in lizza tra loro. Oggi siamo al terzo giro in questa direzione, con l’AI che è in grado di dialogare in linguaggio umano, ma persino, udite udite, di poter programmare in linguaggio umano, stravolgendo uno degli assunti sottesi nelle nostre discussoini, che le competenze digitali richiedessero la capacità di programmare. Ho seguito questa presentazione a North By PyCon, di Simon Willison, un famoso hacker Python, che spiega come lui stesso si faccia aiutare abbondantemente da ChatGPT, risparmiandosi la fatica di consultare manuali, studiare API, per fare ciò che gli interessa: https://youtu.be/h8Jth_ijZyY?si=kL6-ntYs7OaTnkpr Quindi è stato un errore pensare che il controllo dei sorgenti fosse la chiave di porco per ribaltare il modello di business delle grandi corporation e che questo potesse interessare alla massa degli utenti, in quanto cosa buona e giusta. Nel frattempo il modello di business delle corporation è cambiato: da vendere licenze di software da installare sulle nostre macchine si è passati a fornire servizi in rete, chiavi in mano, pronti per l’uso senza dover fare nulla. Vi diamo oltre che al software, anche l’hardware e lo storage gratis. Prima erano i blog, poi le mail, poi le foto, poi il messaging, poi i social media, poi lo storage sharing, poi i social media e infine tutto con il cloud computing. E non si tratta di sw e hw scadente, ma generalmente di qualità medio alta. È chiaro che contro questa offerta, apparentemente così vantaggiosa, non è possibile confrontarsi. E non devo ripetere quali sono i pericoli che il capitalismo di sorveglianza o l’economia delle piattaforme può produrre. Smontare i monopoli digitali togliendo sotto i loro piedi i ricavi della vendita di software (o quanto meno ampliare lo spazio alla concorrenza) non ha funzionato, se adesso gli oligopoli sono più potenti che mai nella storia, superando in fatturato i PIL di molte grandi nazioni. Le fondamenta dell’economia delle piattaforme è piuttosto semplice, e per smontarle bisognerebbe puntare direttamente a quelle fondamenta, piuttosto che aspettarsi miracoli da legislazioni come il Digital Service Act o leggi antitrust. Le piattaforme si basano sulla vendita di pubblicità. Che sia mirata o no, è poco rilevante: il tracking degli utenti è solo un mantra di marketing per vendere meglio la pubblicità a chi crede sia determinante. E non è quindi difendendo la privacy, obiettivo sacrosanto ma non decisivo, che si possono contrastare le piattaforme. Andare alla base del problema significa colpire i ricavi pubblicitari. Il Nobel Paul Romer suggerisce di introdurre una tassazione altamente progressiva ai ricavi pubblicitari, fino al 90%, per scoraggiare questo modello di business e incoraggiare le aziende a dividersi. https://adtax.paulromer.net/ In parallelo a questo, che va fatto seguendo le lungaggini dei canali istituzionali, si può percorrere anche un’altra strada. In alternativa alle aziende digitali for-profit, creare cooperative di utenti no-profit, che si reggono su donazioni (come Wikipedia) e su servizi che erogano in abbonamento ai propri iscritti. Per funzionare, queste cooperative dovrebbero raggiungere centinaia di milioni di utenti. Gli utenti sarebbero soci della cooperativa, e ogni loro contributo servirebbe ad arricchirne il patrimonio. Per esempio, se svolgesse un servizio di social networking tipo Mastodon, i contenuti contribuiti dagli utenti potrebbero divenire un patrimonio della cooperativa, i cui soci potrebbero decidere come usarli ad esempio per allenare dei LLM a disposizikne della comunità o per altri fini che gli stessi soci decidano. Per ora mi fermo qui, sperando che la discussione, avviata da Damiano sul perché siamo arrivati a tanto, continui. — Beppe > On 19 Sep 2023, at 18:18, nexa-requ...@server-nexa.polito.it wrote: > Date: Tue, 19 Sep 2023 12:41:36 +0200 > From: "M. Fioretti" <mfiore...@nexaima.net> > To: nexa@server-nexa.polito.it > Subject: Re: [nexa] necessaria alfabetizzazione digitale - già > Mozilla: "It’s Official: Cars Are the Worst Product ... > Message-ID: <zql64ltuj0kky...@nexaima.net> > Content-Type: text/plain; charset=utf-8 > >> On Tue, Sep 19, 2023 10:54:59 AM +0200, Damiano Verzulli wrote: >> L'invito che faccio --in primis al nostro Alessandro Marzocchi, ma anche a >> tutti gli altri NEXIANI-- è di riflettere: perchè si è arrivati a tanto, >> ossia a Paolo che per la sua didattica usa gli strumenti di Google? Cosa non >> ha funziona? Perché nella classe di Paolo o, meglio ancora, nella sua >> scuola, non sono presenti, oggi, tecnologie libere? E perché, nonostante >> l'esistenza di Paolo, la situazione... non soltanto "non migliora" ma --come >> ampiamento scritto da chi addirittura ha preceduto me e Paolo-- "peggiora" >> [4]? > > **UNO** dei motivi e' che, citandomi (2006, ma lo dicevo gia' da 7/8 > anni..) > >> Real people don’t want to live in “a world where software doesn’t >> suck”. They want to live in a world where they can ignore what >> software is. > > https://stop.zona-m.net/2006/11/a-free-software-manifesto-for-all-of-us/ > > e invece da almeno vent'anni troppi hacker che uniti avrebbero potuto > costituire una massa critica perfettamente in grado di diffondere le > conoscenze piu' urgenti che hai descritto splendidamente (grazie!) > nell'altra tua email: > >> *NON* sto parlando né di ECDL [3] né di imparare a programmare) > > hanno, sicuramente in buona fede ma di fatto avvelenando i pozzi, > continuato a insistere (*) che tutti devono prima di ogni altra cosa e > senza compromessi, rifiutarsi di usare software non-GPL e imparare a > programmare che tanto e' bello, dai, potete farlo anche voi. > > Con i risultati di cui sopra, perche' tutti quelli a cui per > convincersi bastavano gli argomenti (intrinsecamente validissimi) del > Manifesto GNU sono 1 su 10mila, e quelli son stati gia' tutti > raggiunti e convertiti da un pezzo. > > Per dire, se 15/20 anni fa ci fosse stata una convergenza su ODF, un > pretendere di tutti gli attivisti e sostenitori di GPL, SW libero > eccetera, che ODF fosse l'UNICO formato utilizzabile da e con le PA, > invece di perder tempo a chiedere i sorgenti di MS Office, magari oggi > pure nelle scuole la situazione sarebbe un pochino migliore. > > Perche' certe campagne avrebbero sicuramente aumentato la competenza > generale urgente, quella che non e' "né di ECDL né imparare a > programmare" > > Marco > (*) no, TANTI non lo facevano esplicitamente. Ma di sicuro e' quello > l'effetto che avevano / hanno sulle masse > -- > https://mfioretti.substack.com
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