Ciao Junio,

non so cosa tu intenda con "nota fondativa", ma l'articolo che hai
condiviso contiene diverse fallacie logiche e premesse errate.

On Wed, 21 Jan 2026 11:19:40 +0100 Junio Cristiano Caselli wrote:

> Il lavoro è concettuale, non ancora applicativo.

Ottimo, allora spero di farti risparmiare tempo "applicativo" in questa
fase preliminare di riflessione segnalandoti i passaggi più
incongruenti.


Anzitutto ti consiglio di studiare le logiche modali prima di utilizzare
locuzioni come "inevitabile", "non può non" etc...
Wikipedia contiene un breve articolo introduttivo in proposito
https://en.wikipedia.org/wiki/Modal_logic con vari riferimenti esterni
che ti potranno essere utili in futuro per analizzare più rigorosamente
simili ragionamenti.


Il titolo del tuo articolo contiene la prima affermazione facilmente
falsificabile: "L'inevitabilità della soggettivazione dell'intelligenza
artificiale".

Anzitutto andrebbe specificato esattamente a quali tipi di software tu
faccia riferimento con la locuzione "intelligenza artificiale", perché
ne esistono più di quanti immagini. Dal contenuto dell'articolo deduco
che tu intenda chatbot basati su "Large Language Model". Ma nella sua
ingenuità, si tratta di una sineddoche che non ti permette di
considerare nella tua analisi il 99.9% dei software ricondotti
storicamente alla fantasia della "intelligenza artificiale", anche
quelli che offrono interfacce testuali, da Prolog al mitico EmacsDoctor.


D'altro canto, io come molti altri informatici competenti, non
soggettiviamo in alcun modo alcun software, inclusi quelli che
producono un output ottimizzato per passare il test di Turing.

Siamo sempre consapevoli, infatti, che il software è un artefatto su
cui è impressa la volontà di chi l'ha realizzato (esprimendo tale
volontà in vari modi, dalla scrittura di codice alla selezione di dati)
e di chi ne amministra l'esecuzione.

Siamo inoltre consapevoli che, quando eseguito da una macchina
compatibile, tale software riproduce pedissequamente tale volontà,
elaborando gli input (fra cui i "prompt" dei chatbot) secondo quanto
stabilito.

Poi, vivendo quotidianamente l'esperienza di realizzare software,
siamo perfettamente consapevoli delle soggettività che ne determinano
il funzionamento.
Per un programmatore ogni software è anzitutto un messaggio.
Un messaggio anzitutto per gli altri programmatori che ne leggeranno il
codice, in pubblico o fra le mura di una azienda. Ma anche un messaggio
(talvolta pieno di sarcasmo) verso chi lo amministra/configura.
Ed infine, un messaggio verso le persone che lo useranno, spesso (ma
non sempre) ridotte ad "utenti", ma qualche volta considerate nella
loro pienezza, seppur nei limiti dello scambio che l'uso di un software
permette.

Un informatico competente è sempre consapevole di questo dialogo
asincrono mediato dal software, ed è dunque consapevole dell'esistenza
(quando non dell'identità) dei propri interlocutori (ovvero gli
sviluppatori dei software che usa).

Consapevole di tale dialogo e di tali interlocutori, non potrebbe in
alcun modo soggettivare il software che è mero veicolo di tale
conversazione.


E' dunque sufficiente il titolo per falsificare l'intero articolo
con una prova per costruzione: io non soggettivo in alcun modo la
"intelligenza artificiale", ne riconosco l'output come una sequenza 
di simboli totalmente priva di significato intrinseco in quanto
decompressione parziale (alterata dagli input casuali che integrano
il "prompt") di un archivio già di per sé compresso con perdita.

Al contrario, quando devo interagire con un software che si presenta
come intelligente, io divento istantaneamente consapevole che la sua
interfaccia ingannevole è una scelta intenzionale di persone senza
scrupoli.


Scrivi ad un certo punto:

> L’intelligenza artificiale produce esiti linguistici [...] Di fronte a
> questi esiti, la cognizione umana reagisce come è configurata per
> reagire: inferisce un soggetto. [...]
> Questo trattamento come soggetto non avviene perché crediamo
> analiticamente che l’AI sia un soggetto. Avviene perché, data la
> nostra architettura cognitiva, non può non avvenire.

Ciò che ti sfugge è che per quanto utile, non è necessaria una analisi
del software per riconoscere l'assenza di un soggetto al suo interno.

E' sufficiente la consapevolezza dell'esistenza dei soggetti di cui
quel software è espressione e di cui riproduce la volontà.



In un passaggio effettivamente corretto nel tuo articolo scrivi:

> Gli esseri umani non accedono mai direttamente alle altre menti.
> Questa è una condizione strutturale della vita sociale. La
> soggettività altrui non è osservabile ma viene sempre inferita.  

Tuttavia poi ti perdi in un non-sequitur

> Noi postuliamo l’esistenza di una mente nell’altro a partire da ciò
> che l’altro fa, dice, giustifica e argomenta, perché modelliamo l’idea
> della mente dell’altro sulla nostra mente di cui abbiamo
> esperienza. Il linguaggio, per come siamo costituiti, è il segno
> privilegiato, e nella pratica sufficiente, per farci supporre una
> mente e per farci interagire con il generatore di linguaggio come se
> fosse dotato di mente.
>
> Attribuiamo una soggettività agli altri esseri umani non perché
> vediamo la loro coscienza, ma perché riconosciamo nei loro atti
> linguistici una struttura che rispecchia la nostra. Il criterio di
> soggettività, nella vita ordinaria, non è ontologico ma
> prestazionale. Se gli esiti tengono si presuppone naturalmente il
> soggetto.

Di fronte ad un bambino che sta imparando a parlare o ad un ragazzo
sindromico che ha difficoltà nell'eloquio non metti in discussione la
sua soggettività, l'esistenza di una sua mente, per quanto difficile da
interpretare possa essere il suo comportamento.

Non metteresti mai in dubbio la soggettività di una persona muta di
fronte a te, anche se si rifiutasse di scrivere o parlare o anche solo
di rispondere in qualsiasi modo ad una tua domanda.

Dunque il riconoscimento della soggettività di un essere umano precede
e prescinde il linguaggio.

E' sì inferita sulla base della propria esperienza di essere
umano, ma si basa sul riconoscimento dell'interlocutore come
appartenente alla stessa specie, e su null'altro.



Ogni essere umano è un soggetto solo per il fatto che esiste, il
linguaggio è irrilevante. Continua ad esserlo mentre dorme, per esempio.


Al contrario una macchina non può essere soggetto ma solo
oggetto/strumento: trattarla come soggetto non è solo errato, ma
un sintomo di profonda solitudine nonché di notevole alienazione
cibernetica, del tutto simmetrica al trattare un essere umano come
oggetto/strumento. [1]



Il fatto che un essere umano inconsapevole del funzionamento di un
chatbot possa essere spinto a credere di comunicare con un soggetto
intelligente rivela solo le intenzioni degli interlocutori che tramite
quel software intendono ingannare e manipolare gli utenti più fragili.

Ma per quanto abbietti, per quanto disgustosi, gli interlocutori con cui
il software ti mette in comunicazione rimangono esseri umani.

E' perfettamente possibile ritenerli responsabili di qualsiasi output
produca il loro software, perché se non ne vogliono rispondere possono
spegnerlo in qualsiasi momento.


Dunque non solo non è inevitabile, ma non è nemmeno necessario tirare
in ballo fantasiose soggettività artificiali. 


Tutto ciò che deriva da queste errate premesse, è ovviamente errato:

> L’inevitabilità dell’attribuzione di soggettività all’AI [...] È una
> proprietà funzionale dell’AI stessa [...]
> A differenza delle tecnologie del passato, l’AI [...] Interagisce
> linguisticamente, produce giudizi e sostiene valutazioni. È, in
> questo senso minimo ma decisivo, soggettivabile.
> L’AI è il primo artefatto che può essere trattato come punto
> terminale dell’attribuzione. [...]
> La responsabilità, in questo quadro [...] Si sposta perché l’AI può
> essere percepita come decisore legittimo. 



Ciononostante le conclusioni finali contengono un'intuizione corretta.

La scrittura e l'esecuzione di software ("AI" o meno) è un fatto
politico. E il fatto che alcune aziende miliardarie diffondano
un'errata percezione della natura di alcuni software sta già avendo
gravi conseguenze, sia per i soggetti più fragili che per le democrazie.

Ma non solo non c'è alcuna soggettività nel software stesso: chiunque
attribuisca tale soggettività sta perdendo di vista i soggetti che
controllano quel software.

Soggetti che non desiderano altro di poter agire indisturbati e senza
vedersi attribuire alcuna responsabilità.


Fortunatamente il loro successo non è assolutamente inevitabile.


Oggi sono uscito a mangiare fuori con mia moglie e al tavolo
accanto, due ragazzi che avranno avuto fra i 16 e i 18 anni
discutevano animatamente sulla utilità di leggi e tasse per liberarsi
dei miliardari. Uno dei due sosteneva che queste non possono
funzionare perché i miliardari corrompono i politici.
Al che l'altro ha risposto ridendo: "beh, se proprio le tasse non
funzionano, non ci resta che sterminarli!". [2]


Insomma, c'è ancora speranza... :-)



Giacomo

[1] Locuzioni comuni come "mi sei stato molto utile" mostrano quanto
    profonda e diffusa sia l'alienazione cibernetica della nostra
    società: una persona non è mai utile perché non è utensile, anche
    quando agisce intenzionalmente per aiutarci è un fine, non un mezzo.

[2] Quando si sono alzati per andare via, mi sono permesso di consigliar
    loro di spegnere il cellulare prima di lanciarsi in riflessioni
    politiche così acute.

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