Forse non ci siamo accorti che tal "Registro delle opposizioni" ha
sempre funzionato a carburo, e che siamo giornalmente martellati da call
center che ci propongono meraviglie (e sono probabilmente minchiate).
Quello di cui si parla qui sotto NON è un problema tecnologico, ma
SOCIALE. Da quando abbiamo accettato la pubblicità fuori da Carosello
nelle TV commerciali, il vaso di Pandora del "marketing pervasivo" è
stato aperto (e ora ci dobbiamo sorbire pubblicità anche su Sky, pur
pagando).
Dovremmo davvero proporre una legge di iniziativa popolare per ripulire
il nostro spazio mediatico dal guano, ma la somma di tempi "tecnici"
amministrativi e politici, più i poteri che remerebbero contro,
sconsigliano fermamente di alzarsi dal divano... (se si sa già come
andrà a finire, provare sarebbe da masochisti).
Il 2025-06-16 15:06 Antonio ha scritto:
"Scrivi una favola della buonanotte sui dinosauri per un bambino di
otto anni". "Progetta un piano turistico di due settimane nel parco di
Yellowstone". "Scrivi una guida di un colloquio per una posizione
interna di ingegnere informatico". Queste tre scritte, assieme ad altre
dalla logica misteriosa, compaiono da qualche settimana, dentro tre
finestrelle rettangolari, in testa alla pagina Word che ogni giorno
apro nel mio Mac per mettermi a scrivere.
La pagina bianca è la mia bottega. Il luogo, privatissimo, del mio
lavoro quotidiano. Da qualche mese la AI di Microsoft la presidia senza
scampo. Apro la porta della mia bottega e trovo un intruso che mi dice
"buongiorno, posso esserti utile?". È entrato da solo, senza che io
l'abbia mai chiesto, proponendomi di fare in mia vece ciò che faccio da
una vita intera. Ammesso (e non concesso) che se le chiedessi di
scrivere questa newsletter al mio posto - stamattina fa troppo caldo,
non ho voglia di faticare e preferisco andare al fiume - la scriverebbe
meglio di me, il problema è che non gliel'ho chiesto; né voglio
chiederlo.
Non voglio quei banner in cima alla mia pagina: io, nella mia pagina,
voglio stare da solo. Oppure sarebbe normale, secondo voi, che il
disegnatore aprisse la risma appena comperata in cartoleria e trovasse
in ogni foglio un segno già tracciato a matita? Con la scritta: se vuoi
puoi cancellarmi, ma non ti sembro un buon inizio per quello che
intendi disegnare?
Conosco l'obiezione. Basta cominciare a scrivere - basta un clic - e
quegli inviti non richiesti a servirsi di un coautore spariscono (e ci
mancherebbe altro). Il foglio torna intonso. Ma obietto a mia volta che
se io volessi tornare ad aprire la mia pagina trovandola, come sempre,
immacolata, libera da ogni intrusione, non ne sarei capace. Importante:
non vale alcun livello di biasimo per il mio "non essere capace".
Niente e nessuno può obbligarmi (e obbligare chiunque) all'incessante
aggiornamento sulle novità tecnologiche; è una mia facoltà, non un mio
dovere. Uso quanto, della tecnologia, mi è utile e necessario, fosse
anche un livello "primitivo" rispetto al ricco catalogo disponibile.
Perché dovrei sentirmi costretto ad attrezzarmi per continui salti di
qualità? Volessi inibire le intrusioni indebite nel mio programma di
scrittura - che già così com'è soddisfa perfettamente le mie necessità
- dovrei rivolgermi a un professionista o a un amico nerd che lo faccia
al mi
o posto: come se il disegnatore di cui sopra non avesse la gomma per
cancellare, e dovesse chiedere a qualcun altro di pulirgli il foglio.
Ogni volta che parlo della questione con gli amici, si accende il
dibattito. I punti forti del pensiero di chi ritiene eccessivo il mio
disappunto sono questi:
1) È sempre accaduto che i salti tecnologici producessero sconcerto e
spiazzassero i meno giovani: poi ci si assesta, si capisce che i
vantaggi sono superiori agli svantaggi, e ciò che sembrava
sconquassante diventa del tutto normale.
2) Non si può pretendere che la propria arretratezza tecnologica pesi
al punto da attardare il progresso. Se io sono un troglodita digitale
non ho il diritto di prendermela con chi, non essendolo, maneggia le
nuove situazioni con la giusta destrezza.
Ben detto. Convincente. Ma non è questo il punto. Il punto è che
l’adesione al progresso – dando per scontato che l’IA lo sia – non può
essere obbligatoria. Chi andava a piedi poi ha cominciato a usare la
bicicletta e chi andava in bicicletta poi ha cominciato a usare
l’automobile. E sicuramente già quei passaggi d’epoca furono
accompagnati dal borbottio passatista, “dove andremo a finire, quei
velocipedi sono pericolosissimi!”. Ma si è continuato ad andare a
piedi, e in bicicletta, anche nell’epoca dell’automobile (e anzi, con
il tempo, camminare e pedalare hanno riconquistato un’aura formidabile
di salubrità e, aggiungo, di “modernità”).
Le nuove tecnologie si sono sempre aggiunte, mai sostituite alle
precedenti. Nessun pedone si è ritrovato una bicicletta in casa senza
averla richiesta, nessun ciclista si è ritrovato un’automobile davanti
alla porta senza preavviso. Bene: io non sono affatto sicuro di poter
continuare a lavorare su una pagina bianca, come vorrei e come avrei
diritto di fare. La pervasività e l’intrusività delle tecnologie
digitali mi fa dubitare, ogni giorno di più, che siano facoltative: e
già adesso, vederle comparire sul mio schermo senza che io abbia fatto
nulla per convocarle, non mi piace. E anzi: mi turba. La vivo come una
violenza nemmeno tanto subdola: e anzi evidente.
Non perché io sia troglodita (lo sono, ma non più di tanto; non al
punto di desiderare una clava per bastonare i chip), ma perché non
voglio essere il terminale inerte di decisioni e di politiche
commerciali che considerano “naturale” la mia adesione, e scontato il
mio entusiasmo. Non voglio sentirmi reclutato a mia insaputa, e
considero mio diritto, nel caso non voglia adeguarmi (o non sia in
grado di farlo), essere lasciato in pace. Aggiungo: anche se gli
accessi al “nuovo” fossero del tutto gratuiti – e non lo sono, voglio
avere il diritto di non considerarli indispensabili alla mia vita e
alle mie necessità.
Il giorno che avrò bisogno di un'intelligenza artificiale, cosiddetta,
voglio essere io a dirglielo. La rete che ci avvolge dovrebbe essere al
nostro servizio, non noi al suo. Non nasciamo clienti, lo diventiamo
secondo volontà e bisogni che è bene siano stabiliti da noi e non
imposti dall’alto (dall’alto? Con il digitale viene voglia di dire: da
ovunque, da sopra, da sotto, da “dentro”…). Vogliamo andare a piedi
anche se abbiamo l’automobile e mentre camminiamo non vogliamo essere
affiancati da un’automobile a guida automatica che ci dice “e dai,
sali, perché ti ostini a fare tutta quella fatica?”. Grazie, si levi di
torno, non ha idea di quanto mi piaccia camminare. E non ha idea di
quanto sia sgradevole essere disturbato mentre cammino.
“La pervasività e l’intrusività delle tecnologie digitali mi fa
dubitare, ogni giorno di più, che siano facoltative: e già adesso,
vederle comparire sul mio schermo senza che io abbia fatto nulla per
convocarle, non mi piace”